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Tronfio sullo scranno eburneo,
proclamo la mia vittoria,
ma l’eco opulento s’affossa tra le crepe d’una corte deserta.
Puntellato di parole imporporate,
gracchio verità sterili,
ma il cuore sente solo il suo battito mesto.
Borbotto come carbone
che, nella sua foggia sepolta,
accumula la potenza delle irte vite passate.
Indeciso fra l’inettitudine e la magnificenza,
espiro aliti regolari
nella speranza che l’ira avvampi in un rogo indistinto.
Che soffochi ogni cosa,
e che solo la cenere aleggi come drappo dell’ultimo cavaliere.
Ora,
blocco perentorio il lamento,
e con l’impeto del sole
squarcio l’incarto delle ore più incerte.
Subito,
come polvere dello sterile deserto, la mia sofferenza si posa su vergini foreste.
Lì,
germogli di certezze affiorano dal cimitero decomposto.
Lentamente,
la desolazione basaltica si adorna di muschi primigeni.
Provo con versi placidi a esprimere un sentimento di festa,
ma d’ombra sono fatto e d’ombra racconto.
E ora che il tempo ha cauterizzato ogni ferita,
cerco la vita tra le sfumature dei confini:
nella digressione d’un linguaggio involuto vorrei trovare le risposte;
nella forma volatile del pensiero, il significato;
nello sguardo illetterato fra le genti, il sentimento.
Nel silenzio che vorrei abitare,
e nel chiasso che non voglio abbandonare.
Nei punti che concludono le frasi,
e nell’esitazione che le precede.
Per ritrovarmi sempre incastrato sullo scranno
a elencare verità sterili.
Affollato nella mia solitudine.